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Levrini Nerino (nero)

  •  LEVRINI  NERO

    Via S. Pellico,5 - 42048 RUBIERA RE

     Tel.  0522 626478
     Cell. 349 1313272
     E-MAIL: nerolevrini@aliceposta.it

     http://www.nerolevrini.it

     

    Nero Levrini: La fantasia quale specchio dei tempi.

    Nero Levrini vive ed opera a Rubiera (RE) e il campo scultoreo è il suo principale raggio d’azione. La fantasia, la curiosità, la passione sono invece le caratteristiche principali che balzano agli occhi di chi si pone di fronte ad un suo lavoro, indipendentemente dal periodo di realizzazione.

    Il lirico figurativo degli esordi, nonché le plastiche soluzioni cubiste approntate durante gli anni della prima attività, testimoniano della perizia tecnica maturata da Nero, ma hanno il vago sapore di antipasto, rispetto ad un percorso, anzi di un viaggio non ancora concluso, che porta l’artista ad inserirsi pienamente nel dibattito post-moderno.

    Instancabile ricercatore, ed assetato di conoscenza, Nero si è infatti spinto verso quei luoghi nei quali il suo attuale fare arte ha le proprie radici. Un peregrinare che lo ha portato a S. Diego e S. Francisco, attendendo a corsi tenuti da cattedre prestigiose ( al City College e all’Accademy of Art University), dove ha perfezionato uno stile proprio, che fa dello sradicamento dell’oggetto dal proprio naturale contesto la dominante di una ricerca ininterrotta, che oltre ad essere scandaglio verso una visione interiore, è anche ricerca-gioco, stimolo al recupero di materiale di scarto, reperito tra discariche o mercatini al quale dare nuovo senso.

    Questa gioiosa “ricontestualizzazione” pone l’operato di Nero in direzione tangenziale ad esprimere artistiche importanti del secolo appena concluso, ammantandosi di ombre dadaiste, (certamente) pop art, ma anche – nell’uso immaginifico del colore – all’arte spagnola, Gaudì e Dalì in primis.

    La relazione tra aspetto cromatico e quello plastico è stato alla base del periodo centrale della sua fase creativa. Un legame concretizzatasi quale veicolo di aspetti emozionali, in sculture che ci parlano di un tormentato rapporto tra uomo e società.

    Mischiando terracotte ed acrilico, e quindi dipingendo con colori accesissimi il primo stadio della propria visione, Nero trasfigura infine le sembianze umane contaminandole con elementi della tecnologia quali viti, bulloni e ingranaggi, regalandoci una lettura in riferimento allo specchio dei tempi (penso alla saldatura uomo-macchina contenuta nell’opera “Marine”), ma tale tecnica, si rivela infine efficace mezzo per riflessioni dai significati più ampi.

    E’ il caso di sculture dedicate alla famiglia, ricche di simbologia, ma soprattutto degli episodi religiosi, come la Madonna agghindata in colori abbacinanti che ricordano Gaudì anche per la surreale chiesa (e l’autore vorrebbe costruirla sul serio) che l’affianca.

    E’ ancora la reinvenzione del World Trade Center, oppure l’iridescente monumento funebre al Papa, per non parlare dell’omaggio cubista a Pantani, tutte testimonianze di un’urgenza creativa che per Levrini è ben lontana dal concludersi.

    Perché l’ultimo stadio del percorso di cui dicevamo, ha portato ad un ulteriore decollo dell’estro inquieto dell’artista rubierese, il quale, innamorandosi di oggetti che oggi  ci fa comodo definire “Vintage” (citando a caso : un consumato vinile, una miniatura del Chrisler Building forse ricavata da un gioco di società, vecchie radio a transistor e cineprese giocattolo) giunge ad ardite elaborazioni e ricreazioni, sapienti nel bilanciare pittura e scultura in un equilibrio della rappresentazione che stupisce per la sua semplicità.

    Difficile ad esempio, non essere colpiti dal paradosso della frenesia trattenuta della “top model”, intrappolata sì nella propria valigia, ma anche nel trambusto della sua giornata-tipo.

     La produzione recentissima di Nero Levrini, pare si stia spostando su una ennesima fase, una ennesima stagione creativa all’insegna di un lento,  ma non  totale, distacco dagli aspetti esclusivamente concettuali.

    Una serie di vedute aeree al limite dell’astrazione, composte sempre con materiale di recupero ma nelle quali gli elementi cromatici dominanti sono ora il bianco e il nero, versati sulla tela con trasporto e a tratti violenza.

    L’artista si sta perciò movendo verso una pitto-scultura dove l’inconscio diventa elemento cardine, specie in opere che paiono ripensamenti o involontari richiami ai primordiali e misteriosi disegni di Nazqa.

    Non possiamo quindi fare altro che lasciarci trasportare da questo Work-in-progress, questo flusso indomito di creatività, seguendone con interesse le varie tappe.

                                                                                                                                                 Alessandro Bertolotti